Scenario regionale

Lecco, lavoro e caro energia: l’allarme della Cgil

Occupazione in aumento nei servizi, ma manifattura e welfare mostrano segnali di forte difficoltà

Lecco, lavoro e caro energia: l’allarme della Cgil

Più occupati, ma meno industria. È il quadro della Lombardia tracciato dalla Cgil di Lecco attraverso i dati sul mercato del lavoro, sulla cassa integrazione e sull’attuazione del Pnrr. Secondo il sindacato, la regione registra una crescita complessiva dell’occupazione, ma il territorio lecchese rischia di pagare maggiormente la contrazione del comparto manifatturiero, da cui dipendono una parte rilevante dell’economia locale e delle filiere legate all’export.

Servizi in crescita, manifattura in calo

La rilevazione di PoliS-Lombardia relativa al secondo trimestre del 2026 indica 4,614 milioni di occupati, 62mila in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un incremento dell’1,4%. Il tasso di occupazione è salito al 70%, mentre quello di disoccupazione è sceso al 2,9%. La scomposizione dei dati mostra però una dinamica differenziata: i servizi hanno guadagnato 82.400 occupati, pari al 2,7%, e le costruzioni 36.100, con una crescita del 13,9%. L’industria manifatturiera in senso stretto ha invece perso 54.800 addetti, il 4,6% in meno. Nello stesso periodo è aumentato il lavoro indipendente, mentre quello dipendente ha registrato una diminuzione dello 0,9%.

Per la Cgil, il Lecchese è esposto più di altri territori agli effetti di questa trasformazione, perché la sua economia mantiene una forte vocazione produttiva. Nelle grandi aree metropolitane, osserva il sindacato, il terziario può assorbire parte dei posti persi nell’industria; in provincia di Lecco, invece, la riduzione del comparto manifatturiero può tradursi più rapidamente in difficoltà occupazionali e salariali. I dati citati sono regionali e non riportano valori specifici sugli occupati provinciali. Un ulteriore elemento di preoccupazione è il rapporto della Uil Lombardia sul primo semestre, che colloca Lecco tra le tre province lombarde con le ore complessive di cassa integrazione in aumento, al 23,6%.

Ammortizzatori sociali e costo della vita

Nel primo semestre 2026, in Lombardia, le ore autorizzate di cassa integrazione straordinaria hanno raggiunto 18.525.472, il 14,94% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. A giugno le ore dei fondi di solidarietà sono aumentate del 32,35% su base annua, arrivando a 145.174, mentre la cassa integrazione ordinaria è diminuita del 20,5%. La Cgil interpreta questi numeri come il segnale di una difficoltà industriale non soltanto temporanea. Il sindacato sostiene inoltre che alcune imprese in crisi evitino il ricorso alla cassa straordinaria per cessazione, a causa dei costi, con il rischio di trasferire sui lavoratori gli effetti di licenziamenti ed esuberi.

Resta marcato anche il divario di genere: il tasso di occupazione maschile in Lombardia è pari al 77,6%, contro il 62,1% di quello femminile, con una differenza di 15,5 punti. Secondo la Camera del lavoro di Lecco, alla riduzione del potere d’acquisto contribuiscono anche l’inflazione, salita al 3,4% ad agosto, e l’aumento delle utenze domestiche. Le stime indicate dal sindacato prevedono rincari fino a 800 euro all’anno per famiglia, con aumenti del 13% per il gas e del 10% per l’energia elettrica. A incidere sono anche la riduzione degli orari di lavoro, i salari fermi e il costo più elevato di spesa e carburanti.

Un altro capitolo riguarda l’attuazione del Pnrr nei servizi sociali e sanitari. In Lombardia risultano completati il 34,7% dei progetti per asili nido e scuole dell’infanzia e appena il 9,9% degli alloggi universitari. La percentuale scende al 5,4% per il sostegno alle persone vulnerabili e al 9,1% per l’Housing First, mentre raggiunge il 47,6% per i Piani urbani integrati. Sul fronte sanitario, le Case della comunità completate sono il 43,4% e gli Ospedali di comunità il 28,1%. Per la Cgil, in un territorio segnato da difficili collegamenti e dallo spopolamento di aree montane come la Valsassina, i ritardi rischiano di indebolire i servizi di prossimità e di aumentare il carico di cura sulle donne.

Il sindacato propone quindi un nuovo patto per il territorio, fondato su occupazione stabile, qualificata e adeguatamente retribuita, servizi per l’infanzia, sostegno alla non autosufficienza, trasporti locali e politiche per la natalità. Tra le richieste figurano anche una politica industriale pubblica, da sviluppare con il Politecnico per accompagnare le transizioni ecologica e digitale, e un ammortizzatore sociale universale esteso agli appalti, alla logistica e al terziario. L’obiettivo indicato è intervenire sulle crisi produttive e sociali prima che i loro effetti ricadano sui lavoratori e sulle famiglie.