La Fiom Cgil di Lecco lancia l’allarme sulle prospettive della filiera metalmeccanica, collegando la situazione delle imprese del territorio alla crisi dell’ex Ilva di Taranto. In un intervento firmato dal segretario generale provinciale Ivan Martorano, il sindacato analizza l’andamento del settore a livello nazionale e locale e chiede un intervento pubblico per evitare ricadute su occupazione, salari e continuità produttiva.
Secondo Martorano, il primo semestre del 2026 presenta segnali contrastanti. Da una parte, l’export lecchese avrebbe registrato una crescita del 6,3% nel primo trimestre; dall’altra, il mercato del lavoro mostra elementi di debolezza. Il riferimento è al Nuovo Bollettino del Lavoro della Lombardia, citato nell’intervento, secondo cui le attività manifatturiere hanno segnato una contrazione degli avviamenti dell’1,2%. A livello regionale, il tasso di occupazione indicato è del 70,3%, mentre la disoccupazione si attesta al 2,8%.
Contratti instabili e costi in aumento
La Fiom evidenzia anche la qualità dell’occupazione. A Lecco, sostiene il sindacato, il 62% dei nuovi contratti è a tempo determinato. Un quadro che, nella valutazione di Martorano, risente dell’inflazione, del caro-carburante e dell’aumento dei costi sostenuti dalle imprese e dai lavoratori. Nell’intervento viene indicato un prezzo medio del gasolio pari a 2,185 euro al litro.
Il nodo principale riguarda però il rapporto tra la manifattura lecchese e la produzione primaria di acciaio. Le aziende della filiera locale, osserva la Fiom, trasformano e lavorano il metallo e dipendono quindi dalla disponibilità di materia prima nazionale. Per questo il destino dell’ex Ilva di Taranto viene considerato determinante anche per una parte del comparto presente nella provincia di Lecco.
Il futuro dell’acciaio di Taranto
Nel testo, Martorano richiama il decreto della Corte d’Appello di Milano che, secondo quanto riportato, stabilisce la chiusura dell’area a caldo di Taranto entro 90 giorni dal 27 luglio 2026. La Fiom ritiene che l’eventuale stop della produzione primaria possa provocare conseguenze sull’intera filiera metalmeccanica nazionale e su quella lecchese.
Il segretario generale della Fiom di Lecco esprime inoltre una valutazione critica sulla manifestazione d’interesse presentata da Federacciai e da 14 imprese associate, tra cui Arvedi, Duferco, Feralpi e Marcegaglia, limitata all’area a freddo. La proposta, sostiene il sindacato, potrebbe essere positiva soltanto all’interno di un forte intervento pubblico. L’abbandono dell’area a caldo o lo spezzettamento del sito, secondo la Fiom, scaricherebbero i costi sui lavoratori.
La posizione del sindacato è per il mantenimento di una capacità industriale nazionale e per un progetto di riconversione che tenga insieme lavoro, salute e ambiente. Tra le soluzioni citate figurano il Dri, il preridotto, e investimenti di lungo periodo da parte di imprese, banche e Stato. Martorano respinge inoltre l’accusa di un atteggiamento anti-industriale della Fiom e sostiene che la tutela dell’occupazione debba procedere insieme alla transizione ambientale.
La Fiom Cgil di Lecco chiede infine il rinnovo dei contratti nazionali e un rafforzamento della contrattazione per riallineare i salari. Nella valutazione del sindacato, senza un programma industriale condiviso e un sostegno pubblico-privato concreto, le difficoltà dell’ex Ilva potrebbero riflettersi sulle imprese del territorio e sulle famiglie, già esposte a precarietà, caro-affitti e perdita di potere d’acquisto.