La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo conclude, dalla riforma liturgica del 1969, l’anno liturgico e propone una riflessione sul significato della regalità di Gesù. Il tema viene sviluppato a partire dal confronto tra il Signore e Pilato, nel momento in cui Gesù viene consegnato al procuratore romano come un malfattore.
Un regno diverso dal potere terreno
Nel racconto evangelico, Pilato interpreta la regalità secondo i criteri del potere mondano, fondato sulla forza e sulla capacità di imporsi. Alla domanda se sia il re dei Giudei, richiamo alla regalità messianica, Gesù chiarisce invece la natura del proprio regno: non appartiene a questo mondo e non si sostiene attraverso strumenti di dominio o di coercizione.
Il Signore afferma di essere nato e venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità. La sua regalità si colloca così nella sfera della rivelazione e dell’amore, non in quella della potenza materiale. Il dialogo mette in evidenza, da una parte, la sicurezza di Pilato, espressione dell’autorità romana, e dall’altra la limpida innocenza di Gesù, che non ricorre alla violenza per difendere la propria posizione.
La gloria che passa dalla croce
La riflessione proposta da don Giovanni Milani lega questa regalità alla croce, definita il paradossale trono della gloria. Gesù è re della verità e della rivelazione di un amore capace di vincere il male. Il suo dominio è mite e si manifesta nel rifiuto della violenza, nell’accettazione di una condanna ingiusta e nella disponibilità a non far valere i propri diritti.
La gloria di Cristo, sottolinea la meditazione, non coincide con quella dei dominatori terreni. È la gloria celebrata nel Vangelo di Giovanni e resa visibile nel sacrificio del Signore, che affronta la morte e dona lo Spirito. Dalla croce nasce così una prospettiva di vita risorta, offerta a chi crede e si affida a Gesù, indicato come l’inviato del Padre per la redenzione del mondo.