Liturgia

Il Vangelo e la distanza tra Dio e l’uomo

Parabola del servo: umiltà, obbedienza, grazia nel cammino cristiano.

Il Vangelo e la distanza tra Dio e l’uomo

Il brano evangelico proposto nella liturgia della 6ª domenica dopo il martirio di San Giovanni va letto cogliendone il tono e la particolare tensione narrativa. Nel Vangelo secondo Luca, l’annuncio del Signore Gesù è raccontato come un unico viaggio verso Gerusalemme, luogo del sacrificio per la redenzione dell’uomo. Questa scelta imprime alla narrazione una forza comunicativa singolare, che emerge anche nei passaggi dedicati al perdono e alla fede.

Luca è ricordato come l’evangelista della misericordia, lo scriba della mitezza di Cristo secondo la definizione di Dante. Il suo stile, tuttavia, può assumere una forma aspra e incisiva, soprattutto quando il racconto affronta la distanza tra la condizione umana e la grandezza di Dio. Anche il testo di questa domenica si presenta come una sorta di parabola inserita in una domanda diretta: Chi di voi.

Il servo e il compito compiuto

La narrazione prosegue il tono paradossale dei versetti precedenti, dedicati alla ripetitività del perdono e all’efficacia di una fede anche piccola, simile a un granello di senape. Al centro c’è il rapporto tra un padrone e il suo servo, descritto secondo la morale e i comportamenti del tempo. Il termine utilizzato nel testo greco è δοῦλος, che indica non un lavoratore salariato, ma uno schiavo: una persona appartenente alla casa e considerata proprietà, pur senza essere riconosciuta nella stessa dignità.

Il servo ha svolto il proprio compito e ha fatto semplicemente quanto doveva. Da qui nasce l’applicazione della parabola alla realtà dell’uomo davanti all’Altissimo. L’espressione tradotta con inutili, corrispondente al greco ἀχρεῖοί, può essere intesa anche in una forma più sfumata, come non necessari o non indispensabili. La traduzione liturgica, più ruvida, sottolinea però con maggiore evidenza la distanza oggettiva tra la grandezza immensa di Dio e la piccolezza dell’uomo.

Dalla condizione umana alla grazia

Il passaggio non esaurisce, tuttavia, il significato della redenzione. La condizione dell’uomo, che non cambierebbe per il solo fatto di avere compiuto ciò che era tenuto a fare, non è quella definitiva del credente. La grazia dischiusa sul Calvario introduce infatti un rapporto nuovo: da schiavo, l’uomo diventa figlio nel Figlio, e la relazione più autentica è quella tra il Padre celeste e i suoi figli, riscattati da Cristo.

Il brano invita così a riconoscere con umiltà la propria condizione e a comprendere che l’agire di Dio non segue la misura dell’agire umano. Il linguaggio evangelico resta volutamente teso e paradossale, in continuità con i detti precedenti, ma conduce a una consapevolezza precisa: il compimento del dovere non costituisce un titolo di merito davanti a Dio. È la grazia a dischiudere il passaggio dalla distanza alla comunione, tema sviluppato nella riflessione di don Giovanni Milani.