Nel commento alla dodicesima domenica dopo Pentecoste, don Giovanni Milani si sofferma sull’ironia sottile che attraversa la pagina evangelica. Gesù ricorre all’immagine di alcuni bambini che giocano, ma dietro quel riferimento apparentemente semplice emerge una critica severa all’atteggiamento di chi rifiuta ogni richiamo, sia nella gioia sia nel dolore.
Il linguaggio dei giochi
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato: il primo esempio richiama una festa di nozze rappresentata nel gioco infantile. L’immagine rimanda però alla cura di Dio per il suo popolo, chiamato a vivere nell’alleanza e nella fedeltà. Di fronte a questo invito, osserva il sacerdote, prevale l’indifferenza di chi non riconosce il valore della Parola.
Anche il secondo gioco contiene un significato preciso. Abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto richiama i momenti del lutto, del digiuno e del pianto, rituali attraverso i quali gli adulti esprimevano pubblicamente la partecipazione al dolore. Né il richiamo alla festa né quello alla sofferenza riescono tuttavia a scuotere gli ascoltatori, chiusi in una persistente apatia.
Il rifiuto della Parola
Secondo la riflessione, il riferimento ai giochi non è casuale. La voce dei profeti aveva più volte invitato il popolo ad abbandonare l’idolatria e i falsi culti, chiedendo una fedeltà autentica del cuore. Quel richiamo, però, si era scontrato con la distanza e il rifiuto di chi non voleva cambiare atteggiamento.
La stessa dinamica si ripropone davanti a Giovanni Battista e a Gesù. I sacerdoti, gli scribi e i dottori della Legge vengono descritti come arroccati nelle proprie posizioni, legati al potere e alle tradizioni. A Giovanni viene attribuita una condizione demoniaca, mentre Gesù viene accusato di essere dedito ai banchetti e al vino: obiezioni diverse, ma accomunate dal tentativo di sottrarsi al contenuto della loro predicazione.
In questo contesto si comprendono i guai pronunciati da Gesù, che fanno eco ai lamenti degli antichi profeti. Il termine apparteneva anche ai rituali funebri e alle parole delle prefiche, incaricate di sottolineare pubblicamente la tristezza del lutto. La sua ripetizione assume così un valore profetico e denuncia una condizione di inerzia, quasi una sordità spirituale di fronte a ciò che accade.
Il commento si conclude con un richiamo rivolto anche al presente. Il Messia atteso dalla fede profetica non viene accolto da chi pure ha potuto vedere le sue opere e ascoltare la sua parola. Il rischio indicato da don Milani riguarda una vita priva di riferimenti e di attese, ripiegata su se stessa e incapace di riconoscere il significato dell’annuncio.